CHIARA ENZO
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Bio

Chiara Enzo vive e lavora a Venezia. Attualmente ha appena concluso il corso di secondo livello in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia con Carlo Di Raco. Nel 2013 una borsa di studio Erasmus per la mobilità internazionale le ha permesso di proseguire gli studi per un anno presso la De Montfort University a Leicester, Regno Unito. Nel 2017 vince la 101ma Collettiva Giovani Artisti della Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia, e nello stesso anno vince uno studio d’artista nell’ambito del programma di residenze della stessa fondazione; nel 2018 è vincitrice di Lydia! Premio all’Arte Contemporanea Emergente, indetto dalla Fondazione Il Lazzaretto, Milano.

Statement

Il campo d’indagine di Chiara Enzo si incentra nella relazione tra il sé e l’altro da sé, al fulcro della quale è posto il corpo, percepito come topos vulnerabile, straniante e contraddittorio. La sua opera si articola in serie di immagini che incarnano uno sguardo analitico, inquieto, che si focalizza su esperienze minime e frammentarie; è uno sguardo che procede per intuizione, che avanza a tentoni percorrendo le superfici della realtà più prossima, dissezionandole, e al contempo instaurando tra esse nuove relazioni. La superficie, oggetto e soggetto primario della pittura, è qui concepita come pelle, confine, ostacolo entro cui prende necessariamente forma l’esperienza, e nel suo costituirsi come limite si carica del desiderio di oltrepassarlo.

La sua ricerca si sviluppa quasi esclusivamente per mezzo del disegno e della pittura, secondo modalità che rispondono alla necessità primaria dell’autrice di stabilire un contatto prolungato, esasperato e sfiancante con l’oggetto scandagliato; di analizzarlo, decostruirlo e reinterpretarlo partendo da un segno che ricalca l’azione dell’occhio e del cervello. Il supporto prediletto è la carta, e il materiale il pastello, congeniale perché non richiede di adeguarsi a tempi di asciugatura e permette quindi una dilatazione temporale estrema del processo di realizzazione. Il pastello richiede un’attenzione tirannica, produce una tensione che si inscrive nell’attenzione ossessiva dello sguardo che esplora la prossimità.

Uno degli aspetti di maggiore importanza è qui la relazione che viene ad interporsi tra l’opera e l’osservatore, che assume un carattere esclusivo di rapporto a tu per tu. Il formato delle opere è estremamente ridotto, tende a non superare mai le dimensioni di un volto umano. L’immagine viene così ad assumere le sembianze di una piccola finestra, troppo piccola per potervici affacciare; l’osservatore è però indotto ad avvicinarsi quanto più possibile, a ritracciare il percorso dell’autrice, a cercare nell’immedesimazione una coincidenza degli sguardi, ad attivarsi e mantenersi in uno stato di ricerca inquieta generata dal carattere intenzionalmente parziale e limitato del rappresentato, che induce allo spostamento nel perseguimento della completezza.

L’aderenza del vedere si configura in una concezione oltre-realistica che ingloba il linguaggio dei media attraverso cui si interfaccia, prendendo a prestito una visione che non è mai puramente quella dell’occhio umano, ma incorpora invece quella dell’obiettivo della fotocamera o ancora più spesso quello della cinepresa; una visione mediata che è peculiare del mondo contemporaneo, che accentua il frammentarsi della percezione della realtà e la dispersione, il ritrarsi del senso.

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